L'architettura razionalista

L’architettura degli insediamenti di fondazione riflette la complessità del panorama architettonico italiano degli anni trenta, in cui convivevano le istanze del razionalismo europeo più rigoroso, con il cosiddetto stile “novecento” che perseguiva una rilettura della tradizione, per tacere delle posizioni più accademiche. Tra tali posizioni vigeva un’accesa polemica che non impediva compromessi e ibridazioni sulla strada di ricerca di un razionalismo “italiano” portata avanti, per esempio da Libera e sull’attenzione per l’architettura spontanea “mediterranea”.

Questo scontro e questa contemporanea ricerca di conciliare modernità e tradizione possiamo vederla per esempio nella realizzazione dei cinque maggiori centri dell’Agro Pontino. Littoria fu progettata da Oriolo Frezzotti in uno stile eclettico e monumentale in cui spiccano solo due edifici di Angiolo Mazzoni con caratteri che richiamano il futurismo. Dopo le critiche dei razionalisti per la seconda città, Sabaudia, viene bandito un concorso vinto, tra le polemiche, da un gruppo di giovani progettisti che propone un linguaggio razionalista, sia pure con qualche elemento novecentista. Il terzo centro Pontinia, viene affidata all’ufficio tecnico dell’ONC, per evitare le polemiche che avevano provocato anche una gazzarra in Parlamento[9], ma il risultato è una contaminazione poco riuscita di razionalismo con forme vernacolari. Per Aprilia e Pomezia si ritorna al concorso a cui partecipano progetti molto interessanti (Libera e Muratori-Quaroni), anche se vincono i progetti del collettivo 2PST (Concezio Petrucci, Mario (Mosè) Tufaroli, Emanuele Filiberto Paolini e Riccardo Silenzi), già autori di Fertilia, progetto spesso definiti[10] piuttosto anonimi e vernacolari.

La polemica tra il razionalismo di Sabaudia, “la vuota magniloquenza” di Littoria e “il falso folclore imitativo dei cosiddetti stili minori”[11] o “l’insulso populismo ruralista”[12] di Pontinia o di Aprilia, continuò nel dopoguerra e restituisce la complessità di un dibattito architettonico che coinvolse tutte le realizzazioni di quel decennio e che oggi può sfuggire portando a confondere in un generico stile razionalista, le forme architettoniche prive di ornamenti architettonici, se non i simboli del regime (aquile e fasci) in altorilievi sui muri o sulle pavimentazioni, che tanto richiamano la pittura metafisica.

La Bonifica dell’Agro Pontino

L’Agro Pontino è un’area della regione italiana del Lazio facente parte della pianura pontina.

L’etimologia del termine pontino è una questione molto dibattuta. Probabilmente deriva dall’antica città prima volsca di Suessa Pometia, citata da alcuni storici romani e sottomessa da Tarquinio il Superbo[1], da cui forse l’espressione Pometinum riferito al luogo; oppure entrambi derivano dal sostantivo Pontus, Pontos, Πόντος in greco che significa mare o distesa d’acqua (vedi anche Ponza e Ponto).

La bonifica integrale cominciò nel 1924, con la vendita allo Stato Italiano di un territorio di 20.000 ettari circa, di proprietà della famiglia Caetani, noto come Bacino di Piscinara (corrispondente in gran parte agli attuali territori comunali di Cisterna di Latina e Latina). Iniziarono così i primi lavori di bonifica con l’istituzione del Consorzio di Bonifica di Piscinara che avviò la canalizzazione delle acque del bacino del fiume Astura.

Nel 1926 fu varato un regio decreto, che istituì due consorzi: il preesistente Consorzio di Piscinara fu esteso su tutti i terreni a destra della linea Ninfa-Sisto, su un’area di 48.762 ettari e a sinistra della linea, il Consorzio di Bonificazione dell’Agro Pontino (26.567 ettari), un’area relativamente inferiore, ma costituita dai territori siti sotto il livello del mare e quindi dove la bonifica fu maggiormente complessa. I due Consorzi erano costituiti dall’unione dei latifondisti privati e dello Stato, ma in seguito alla legge Mussolini (Legge 24 dicembre 1928, n. 3134), i terreni improduttivi o abbandonati potevano essere espropriati quando i proprietari non avessero aderito ai Consorzi e ne avessero comunicato la cessione allo Stato per il tramite della prefettura[8]; quindi gran parte delle aree bonificate passò sotto il controllo diretto dello Stato, che lo delegò all’Opera Nazionale Combattenti. Progettista della bonifica fu il senatore Natale Prampolini, creato poi conte del Circeo.

Fu un’opera immensa: dal 1926 al 1937, per bonificare l’agro, furono impiegate ben 18.548.000 giornate-operaio con il lavoro di cinquantamila operai, reclutati in tutto il Paese[9]. Oltre al prosciugamento delle paludi, la costruzione dei canali, ci fu l’azione di disboscamento delle foreste e la costruzione dei nuovi centri, che sorgevano man mano nei nuovi territori.

L’epopea della bonifica è stata successivamente narrata in romanzi e film come la controversa serie tv di Canale 5 Questa è la mia terra o il romanzo di Antonio Pennacchi Canale Mussolini vincitore del Premio Strega 2010.

L’Opera Nazionale Combattenti guidata da Valentino Orsolini Cencelli si occupò della gestione dei terreni e dei poderi che venivano via via costituiti nei terreni bonificati, affidandoli in concessione a coloni provenienti per la stragrande maggioranza dalle regioni, allora povere e sovraffollate del Veneto, del Friuli e dell’Emilia. Ai nuovi coloni veniva dato un terreno coltivabile di 18 ettari, una casa nuova con annessa stalla, una vacca da latte, due buoi per l’aratura e tutti gli attrezzi necessari. Avevano diritto anche ad una parte del raccolto e al riscatto di casa e terreno.

Al centro dei vari poderi, venivano costruite delle case coloniche (circa 4000), molte delle quali tuttora abitate dai discendenti dei “pionieri”. In seguito, il territorio fu suddiviso in comprensori facenti capo ciascuno ad un borgo o ad un capoluogo comunale; i borghi, con una struttura urbanistica in molti casi simile, con la chiesa, la casa del fascio, il credito agricolo, la scuola avevano in origine la funzione di fare da centri di raccordo fra i vari poderi e di provvedere alla necessità dei coloni.

Il Monumento ai bonificatori a Borgo Flora

Il primo borgo ad essere costruito fu Borgo Podgora, nel 1927, destinato ad appartenere pochi anni dopo al comune di Latina, creato inizialmente come villaggio operaio con il nome di Sessano (dal nome del vicino rudere della medievale torre di Sessano) e solo progressivamente convertito in borgo rurale; i primi centri invece concepiti e fondati direttamente come centri della colonizzazione e dell’appoderamento furono probabilmente Borgo Isonzo, Borgo Piave e Borgo Carso, costruiti a partire dal 1931.

I borghi di nuova fondazione a partire dal 1933 furono battezzati o ribattezzati in gran parte con nomi ispirati ai principali luoghi di battaglia della Prima guerra mondiale. In alcuni casi invece fu adottato il nome “storico” della località (per esempio Doganella di Ninfa fra Cisterna e Sermoneta) oppure furono legati all’attività principale del borgo (Littoria Stazione, oggi Latina Scalo- sorto come centro di servizio per i passeggeri dello scalo ferroviario di Latina).

Di molti borghi si tramanda tradizionalmente anche una denominazione “preesistente”, che talvolta è indicata anche nella segnaletica stradale: tale denominazione in alcuni casi è la vera prima denominazione ufficiale del centro stesso edificato come villaggio operaio della bonifica (Sessano, Passo Genovese, Casale dei Pini, Villaggio Capograssa), in altri casi si riferisce invece a toponimi minori relativi ad antichi incroci, strade o casali situati nei pressi del centro del nuovo borgo, ma sostanzialmente disabitati prima della bonifica (Conca, Antonini, La Botte, Piano Rosso, Foro Appio), in tutti i casi nella documentazione storica sono spesso presenti entrambe le denominazioni, talvolta con qualche variante.

Campi coltivati nell’Agro Pontino nei pressi di Sabaudia

Oltre ai borghi veri e propri, si procedette all’edificazione di nuove città concepite secondo i criteri dell’architettura razionalista: la prima ad essere fondata fu nel 1932 Littoria (oggi Latina), cui seguirono Sabaudia (così definita in onore dei Savoia), Pontinia, Aprilia e Pomezia.

La bonifica idraulica, durata quindi undici anni, grazie ad un complesso sistema di canali, ebbe finalmente successo e fu esaltata dalla propaganda fascista come uno dei meriti più straordinari, forse il più straordinario, del regime. Nel dopoguerra si è valutata per lo più in modo negativo la bonifica in quanto distruttiva di un ecosistema unico al mondo, soprattutto per le rarissime specie faunistiche che vi vivevano.

Per tutelare gli ultimi lembi di habitat fu istituito il Parco nazionale del Circeo nel comprensorio residuo della foresta demaniale di Terracina, risparmiata dalla bonifica sia su pressioni politiche locali che per motivi propagandistici legati alla mai effettuata esposizione dell’E42 (EUR), esteso anche alle paludi costiere rimaste, all’area del Circeo, alla spiaggia compresa tra Sabaudia e Capoportiere, all’isola Zannone.